LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Sedrina

PARROCCHIALE DI SAN GIACOMO MAGGIORE

Architettura: progetto di M. Codussi (?), fine sec. XV inizi XVI. Dipinti: frammenti di affreschi del sec. XV; pala di L. Lotto, 1542; pala di G. Silvio, 1542; Madonna del Rosario di L. Borzone, 1626.

L’edificio. Caratteristica eccezionale per le chiese della valle è quella del mantenimento della struttura della chiesa costruita tra ‘400 e ‘500, mentre la maggior parte delle chiese della valle sono state rifatte nel ‘700; altro unicum appartenente alla chiesa è l’avere una facciata con terminazione curvilinea, assai bella e molto simile ad alcune famose chiese veneziane, come la chiesa di San Michele in Isola o San Zaccaria. L’originalità è spiegata per il fatto che il progettista della facciata è probabilmente Mauro Codussi, architetto originario di Lenna che diventò il più importante architetto veneziano nel periodo d’oro della fine del ‘400; la facciata è elegante e armoniosa nella sua sobrietà, costruita su una limpida geometria di linee verticali e curve. L’interno è ad aula suddivisa da arconi gotici che sostengono il tetto; originariamente si vedevano le travi, ma nel 1898 venne applicata una controsoffittatura decorata con un gusto neogotico.

I dipinti. Il ciclo di affreschi che decorano le pareti e l’arco trionfale sono della fine dell’‘800 e appartengono a quel gusto “purista” che imita la pittura del ‘400 italiano. Ai lati dell’altare di Sant’Antonio abate, sulla destra si notano i resti degli affreschi quattrocenteschi della chiesa più antica, di cui questa cappella costituiva l’antico presbiterio: una Madonna con Bambino su un gotico trono e un frammento della Crocifissione con un barbuto San Giacomo Maggiore, in veste di pellegrino; nella stessa cappella una tela con l’Angelo Custode, bella copia secentesca di un dipinto di Giuseppe Nuvolone. Nella cappella del Rosario, a sinistra, è collocata una rara pala del ritrattista genovese Luciano Borzone, inviata da Genova nel 1626 da emigranti sedrinesi: si notino il movimento e la luce, con la bella invenzione dello stendardo con i misteri del Rosario, portata da angioletti barocchi. I dipinti più belli della chiesa, collocati negli altari a lato di quello principale, sono costituiti da due pale cinquecentesche: a sinistra il Cristo morto sorretto da angeli di Gianpietro Silvio (1582), opera degna del maestro Tiziano per lo splendore degli abiti degli angeli che spiccano sulla scura vegetazione in controluce; l’espressione patetica e un po’ rustica degli angeli e la potente resa anatomica del corpo di Cristo indicano anche gli influssi del realismo lombardo; l’altra pala, sulla destra, è opera di uno dei più grandi pittori del ‘500:

La pala di Lorenzo Lotto a Sedrina. A destra del presbiterio, sopra l’altare di Maria Assunta si trova la tela di Lorenzo Lotto, unica opera in valle del grande pittore, dipinta nel 1542, come si può leggere nel dipinto in basso a destra; essa rappresenta la Madonna con il Bambino in gloria con i Santi Giovanni Battista, Francesco, Girolamo e Giuseppe e costituisce una testimonianza della produzione tarda del pittore, che ha inviato la pala direttamente da Venezia, in seguito ad una committenza di mercanti di vino di Sedrina, legati alla confraternita di Santa Maria. Erano quindi già passati 20 anni da quando Lotto si era trasferito da Bergamo, avendo lasciato una traccia indelebile della sua arte, al punto che i bergamaschi si rivolgevano a lui per procurare opere prestigiose da inviare alla chiesa del paese degli avi. La pala è interessante da un punto di vista iconografico perché nello sfondo ci mostra uno squarcio di campagna del ‘500 con il vecchio ponte sul Brembo e la parrocchiale di Sedrina, un chiaro omaggio dei devoti sedrinesi alla loro patria. Ma c’è anche un interesse di carattere formale e stilistico, là dove Lotto abbandona definitivamente la forma del polittico così cara ai fedeli delle valli bergamasche fino a ‘500; inoltre tratteggia la Madonna con i caratteri di una giovane popolana che stringe la simbolica mela e pone i Santi in esibite posizioni devozionali, che nella loro chiarezza didattica sembrano anticipare i tratti della pittura della Controriforma. Da ricordare che la pala del Lotto fu rubata nel 1974, quando fu privata del telaio e avvolta nella tovaglia che copriva l’altare (!); fortunatamente fu poi recuperata dalla Guardia di Finanza, restaurata e ricollocata sull’altare nel 1975.

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Santa Brigida

ANTICA CHIESA DI SANTA BRIGIDA (ORA SANTUARIO DELL’ADDOLORATA)

Architettura: ricostruita nel sec XV, ristrutturata nel sec. XVI. Dipinti: affreschi esterni e interni di Petrus de Asenelis, Cristoforo II Baschenis e altri, secoli XV –XVI- XVIII; tela di C. Ceresa, sec. XXVII.

L’importanza storica di questa chiesa è eccezionale: fu infatti la prima parrocchiale di tutta l’alta valle Brembana a partire dal sec. XII, dipendendo originariamente dalla pieve di Primaluna in Valsassina. Nel 1427 la valle fu occupata da Venezia, ma continuò a dipendere, nel religioso, dall’arcidiocesi di Milano. Venezia esonerò queste valli dall’obbligo del tributo annuo all’arcivescovo di Milano, purché l’equivalente fosse destinato all’abbellimento delle chiese.

L’edificio. Sorge poco fuori dal paese lungo la strada che porta a Cusio, vicino al cimitero, parzialmente nascosta alla vista dell’automobilista frettoloso. L’edificio risale al sec. XIII, ma è stato successivamente ricostruito nel ‘400, probabilmente a causa di una frana: la soprelevazione è evidente se si nota la posizione degli affreschi antichi del porticato. La struttura architettonica è quella tipica delle chiese di questo periodo: facciata a capanna, pianta ad aula senza colonne, murature rustiche. S’impone la presenza di un bel portico esterno con pilastri a sezione quadrata, collegati da un basso muretto e una deliziosa scaletta a semicerchio che permette di superare il dislivello su cui sorge la chiesa. Sulla facciata l’arco a sesto acuto di tipo gotico e il classico portale a tutto sesto testimoniano gli interventi di diversi periodi storici.

I dipinti. Nel 1967 sono stati scoperti alcuni affreschi nel portico che pur essendo lacunosi e sbiaditi a causa degli intonaci che li coprivano, costituiscono uno dei repertori più interessanti della valle, anche perché gli autori gravitavano nell’area milanese e quindi lo stile è vicino alla pittura tardogotica viscontea. I dipinti sono accostati uno vicino all’altro, senza un disegno generale, come accade per la pittura devozionale di tradizione medievale.

Descrizione dei dipinti.Partendo da sinistra sotto il portico, in una nicchia sotto un arco, vediamo una Deposizione, con un Sant’Antonio abate a sinistra e un’Annunciazione sopra: in essa ci colpiscono le esilissime strutture architettoniche che incorniciano la Vergine e l’angelo. Dopo un Sant’Ambrogio inserito in una mandorla, una Madonna con bambino (con gli stemmi del committente), un Cristo dolente con edifici di difficile lettura, s’impone la figura gigantesca di San Cristoforo con Gesù bambino, protettore dei viandanti, che viene spesso dipinto vicino all’ingresso delle chiese, come una sorta di monumentale custode. Segue un polittico con i Santi Paolo (spada), Margherita (drago), Caterina (ruota) e Giovanni Battista (abiti succinti, cartiglio): qui l’eleganza della linea flessuosa e dei colori delicati rivela chiaramente i forti legami dell’anonimo pittore con il gotico fiorito milanese. Seguono ancora un San Defendente, una Pietà e un San Giorgio che sta per uccidere il drago. All’estremità destra della parete si vedono stemmi cardinalizi e scritte che risalgono al ‘700, così come lo scheletro gigante con un lungo cartiglio. Si alternano strati antichi a strati più recenti e ovviamente sotto gli strati più recenti è probabile che esistano dipinti più antichi non scoperti. Anche i pilastri sono dipinti: si noti in particolare nel primo pilastro San Sigismondo, vestito con gli abiti regali e la corona, nel secondo pilastro Santa Margherita (che appare spesso in quanto protettrice delle partorienti), Cristo deriso e San Bernardino nel terzo pilastro. Nel primo pilastro è leggibile una scritta in latino che cita il nome del pittore Petrus de Asenelis, di cui si sa solo che era morto alla fine del 1444: è comunque la prima “firma” di un autore in valle Brembana.

Affreschi del portico eseguiti da Pietro de Asenelis

All’interno della chiesa, sulla parete destra in una grande nicchia, troviamo un bel ciclo di affreschi della seconda metà del ‘400 attribuiti ad Cristoforo II Baschenis, per le analogie con quelli firmati dallo stesso pittore nella parrocchiale di Ornica. Qui si narrano episodi della vita di San Nicola da Tolentino, santo particolarmente venerato per le sue doti di guaritore; a differenza degli affreschi esterni i colori sono intensi e le figure leggibili per non essere state intonacate nei secoli successivi. Il ciclo di San Nicola è sovrastato da un grande arco di sostegno dove sono dipinti un Cristo Pantocratore e i quattro padri della Chiesa con gotici cartigli: San Gregorio, San Girolamo, Sant’Agostino e Sant’Ambrogio. Sotto, la Crocifissione e quindi i riquadri con le storie di San Nicola con didascalie a caratteri gotici: la madre di Nicola prega per avere un figlio, l’angelo annuncia ai genitori la futura nascita di Nicola; nel sott’arco di sinistra: annuncio ai genitori del favore di Dio, vestizione di San Nicola, apparizione di Sant’Agostino; nel sott’arco di destra: predicazione di San Nicola, celebrazione della Messa, tentazioni di San Nicola e resurrezione di un defunto. Le storie hanno la semplicità e il candore della pittura popolare, sembrano quasi dei fumetti dipinti; il gusto narrativo e descrittivo riscatta le finalità didattiche in una dimensione di fiaba: si veda ad esempio, nel riquadro con l’annuncio ai genitori, con quanta grazia il pittore ha rappresentato il letto e l’angelo annunciante. All’interno della chiesa si noti anche una bella tela di Carlo Ceresa, raffigurante la Madonna con bambino, San Carlo e San Giovanni Battista: l’impostazione a piramide è tradizionale, ma particolarmente espressivi sono i visi dei Santi e della Madonna, veri ritratti d’epoca.

La tela di Carlo Ceresa
PARROCCHIALE DI SANTA BRIGIDA

Architettura: prima metà sec. XX. Dipinti: B. Bianchini, sec. XVII. Scultura: due ancone lignee, sec. XVII Arredi: arredi lignei, sec. XVII.

L’edificio. L’edificio è moderno e presenta i caratteri dell’eclettismo novecentesco.

I dipinti. Tra i dipinti una pala, unica nel bergamasco, del pittore fiorentino Bartolomeo Bianchini del 1673, proveniente dall’oratorio di San Rocco nella frazione Caprile; rappresenta la Madonna incoronata con il Santi Giovanni Battista, Rocco, Domenico e Sebastiano: composizione assai dinamica, tutta giocata su andamenti curvi e diagonali, con squarci di realismo (San Sebastiano) e di eleganza toscana (San Rocco).

La scultura. Provenienti dalla vecchia chiesa e adattate alla nuova collocazione sono due ancone lignee: una in legno dorato con le statue di San Pietro, San Giovanni Battista e Dio benedicente, l’altra costituita da un trittico ligneo con le statue dei Santi Carlo, Gottardo e Nicola da Tolentino.

L’arredo. Dalla primitiva parrocchiale proviene il secentesco pulpito intarsiato e intagliato con colonnine tortili, figure di angeli, santi in un tripudio di dorature su fondi rossi e blu; un grande armadio da sagrestia, firmato dai Rovelli di Cusio e datato 1689, e una cattedra con immagini intagliate di cariatidi e l’immagine di San Lorenzo, intarsiata nello schienale.

In anni recenti sono state realizzate dallo scultore Elio Bianco alcune opere che sono un riuscito inserimento moderno in un contesto antico: l’altare conciliare, l’ambone, il battistero con la fonte battesimale sono un bell’esempio di creatività contemporanea in ambito religioso. Tra gli arredi preziosi un ostensorio in stile gotico d’argento sbalzato e cesellato, prodotto tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500. L’organo è un Bossi del 1858.

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE San Pellegrino Terme

PARROCCHIALE DI SAN PELLEGRINO

Architettura: sec. XVIII con interventi successivi. Dipinti: tele di C. Ceresa, sec. XVII e di P. Longhi, sec. XVIII.

L’edificio. Sorge in cima a una bella scalinata la parrocchiale di San Pellegrino, dedicata al Santo vescovo e confessore, grande camminatore della fede, il cui culto risale al IX secolo. La facciata, dove colonne e lesene in pietra locale disegnano un ritmo classicheggiante, si presenta in doppio ordine, elegante e solenne. L’edificio, così come il campanile, è di costruzione settecentesca, con interventi ottocenteschi e restauri del ‘900. L’interno è assai imponente, di gusto tipicamente barocco, con matronei a balconcino che sembrano i palchi di un teatro; ha una vasta volta a botte e decorazioni a stucco.

Dipinti. Sull’altare maggiore il settecentesco Martirio di San Pellegrino, rara opera religiosa di Pietro Longhi, più noto per le sue scene di vita veneziana: la composizione ha eleganti movimenti diagonali e tipici scorci settecenteschi. Di Carlo Ceresa si noti sul primo altare a sinistra una bella tela barocca con Madonna e Santi, notevole per l’intensità dei gesti e degli sguardi, il contrasto chiaroscurale e la ricchezza compositiva. Al ‘500 risale invece, di fronte, la pala della Deposizione di scuola dei Santa Croce, bottega di pittori che prese il nome da questa frazione di San Pellegrino. Nella sagrestia e negli ambienti vicini troviamo opere del ‘500 e ‘700 tra cui si segnala una Madonna di Antonio Cifrondi, pittore di Clusone, tra i più richiesti dalla committenza religiosa tra fine ’600 e ‘700.

La scultura e l’arredo. Molto bello l’altare del Rosario, con intarsi di marmi policromi e lapislazzuli. Forse di Gabriele da Verona la seicentesca scultura della Madonna. Altri arredi di materiali pregiati sono la vasca battesimale e le acquasantiere barocche. Anche qui non mancano pregevoli pianete, calici, ostensori e crocifissi di varie epoche. L’organo è un Bossi del 1825.

TEMPIO DELLA VITTORIA

Architettura: opera di Luigi Angelini, 1921-23. Mosaici: sec XX.

L’edificio. Il tempio, dedicato ai caduti della prima guerra mondiale, è stato costruito sul sito di una chiesetta del ‘600 dedicata a San Carlo. Esso appare in posizione soprelevata, accentuata dalla scala antistante, in prossimità della strada provinciale, subito dopo la clinica Quarenghi per chi viene da Bergamo. Si tratta di piccolo tempio a croce greca, con alto tiburio e alta cupola; internamente la costruzione è coperta da volte a botte interamente rivestite di mosaici. Si tratta di un’opera di gusto eclettico che mescola la solidità e la plasticità del romanico, con una pianta e una decorazione di gusto bizantino e uno slancio della cupola ancora gotico: più che di un edificio si tratta di una grande scultura funebre improntata a criteri di monumentalità e di retorica commemorativa, sottolineata dalla posizione elevata dell’edificio (un piccolo Altare della Patria locale). Confrontata con gli edifici Liberty di San Pellegrino da’ il segno del cambiamento del gusto tra gli anni d’inizio secolo e gli anni ’20. Nella parte alta le sculture e la cupola hanno una stilizzazione vagamente Deco.

I mosaici. I mosaici dell’interno sono più tardi (1940) e imitano lo stile bizantino nel simbolismo e nell’intento didattico: la parte alta, racchiusa nel complesso della cupola, rappresenta episodi del Vecchio Testamento, riguardanti le guerre del popolo d’Israele; le volte rappresentano, in una sorta di parallelo, episodi della guerra del 1915-18 fino ad arrivare al 1940 là dove, nella volta sopra l’uscita, si rappresentano soldati schierati attorno all’aquila romana con il motto: ”le frontiere sono sacre – non si discutono – si difendono”.

FRAZIONE ALINO, CHIESA DI SAN BERNARDINO E SAN LINO

Architettura: sec. XV con integrazioni del sec. XVIII. Dipinti: affreschi di Giovanni di Averara, 1470 e 1478.

L’edificio. La chiesetta sorge alla periferia del borgo isolato nel magnifico paesaggio non deturpato da costruzioni moderne, nel quale si respira un’aria d’altri tempi. L’edificio è stato recentemente restaurato e si inserisce armonicamente nel complesso che comprende anche la casa parrocchiale sulla sinistra e un deposito sulla destra. La costruzione primitiva quattrocentesca è testimoniata dal portale a sesto acuto, dalle murature rustiche e dalla semplicità della struttura; di età barocca sono il prolungamento del presbiterio, la soprelevazione della facciata, la finestra, la decorazione interna e gli altri corpi di fabbrica annessi alla chiesa.

I dipinti. Nella piccola sacrestia si trova un dipinto assai interessante per il soggetto e l’autore: si tratta infatti di Giovanni di Averara, membro della nota bottega dei Baschenis, che ha qui firmato e datato un affresco con l’Albero del peccato, Adamo ed Eva (1478); al centro l’albero, a forma di ombrello con il serpente arrotolato sul tronco e la testa di donna, a sinistra Adamo che si tocca la gola (il noto “pomo d’Adamo”), a destra Eva che porge la mela; le figure hanno i tratti aggraziati e il chiaroscuro delicato dello stile gotico fiorito, anche se filtrato dalla schematismo della bottega locale: si noti comunque che, in questa data, è eccezionale in valle la presentazione di nudi integrali. In una stanza vicina alla chiesa, già utilizzata come scuola elementare si trova un altro affresco, datato 1470, probabilmente dello stesso autore: si tratta della presentazione di 5 santi, San Giovanni Battista, San Biagio Vescovo, Santa Maddalena, Santa Caterina e San Defendente; i Santi sono posti in una specie di porticato con colonne e archi, che nobilitano la presentazione dei personaggi, la cui rigidità è ingentilita dall’eleganza degli abiti e dalla grazia del movimento delle mani.

FRAZIONE SUSSIA ALTA, CHIESA DI SAN MICHELE

Partendo dalla Vetta di San Pellegrino, dopo circa un’ora di camminata si raggiunge il borgo di Sussia. Salendo una ripida scalinata raggiungiamo il sagrato della chiesetta di San Michele, in splendida posizione che domina la valle e sembra invitarci a una sosta in silenziosa meditazione.

L’edificio. Ha i caratteri semplici degli oratori di paese e, nella parte absidale, è inserito in un corpo di fabbrica originale ancora abitato; ha la facciata a capanna, una semplice finestra sopra il portale e due finestre con inferriate ai lati. All’interno le opere presenti sono modeste: due acquasantiere e un inginocchiatoio del ‘700, un’ancona con la Madonna del Rosario dell’‘800 e altri semplici elementi di arredo.

SENTIERO TRA VETTA E SUSSIA ALTA, CAPPELLA MADRERA

Dipinti: affreschi fine sec. XVIII.

L’edificio. Con un ripido sentiero che parte dalla Vetta in direzione di Sussia si raggiunge, in un quarto d’ora, il dosso con la cappella Madrera: una graziosa santella con un arco a tutto sesto e uno stretto ingresso tra due muretti, dove un tempo era possibile appoggiare la gerla senza fatica per una sosta di preghiera.

I dipinti. All’interno della cappella sono visibili dipinti datati 1793; essi rappresentano: la Madonna con bambino con un Santo Vescovo a destra e San Giovanni Battista a sinistra, mentre sulle pareti sono dipinte le figure di altri sei Santi, tra cui si riconoscono facilmente Sant’Antonio abate e San Sebastiano a sinistra e San Rocco e Santa Caterina sulla destra. Di difficile decifrazione la Santa a sinistra con una campanella in mano (?) e il Santo frate con sottile bastone sulla destra; sull’altare e sulle pareti ex voto a testimonianza delle grazie ricevute. La qualità dei dipinti è modesta, ma è interessante notare come alla fine del sec. XVIII il linguaggio usato e i Santi venerati sono gli stessi da quattro secoli.

La Madonna con bambino con un Santo Vescovo e San Giovanni Battista


FRAZIONE SANTA CROCE. LA PARROCCHIALE DELL’INVENZIONE DELLA CROCE

Il cuore di Santa Croce è rappresentato dalla chiesa parrocchiale dedicata all’Invenzione della Santa Croce, consacrata nel 1492 a seguito dell’autorizzazione a staccarsi dalla giurisdizione di quella di San Pellegrino. L’edificio, il cui aspetto esterno è quello neoclassico settecentesco tipico di molte chiese della Valle Brembana, è circondato da un piccolo sagrato con pavimentazione in pietra che prosegue con un porticato che conduce alla piazzetta del paese, sulla quale si affacciano anche la scuola dell’infanzia e la Casa del Fenicottero, destinata a ospitare donne vittime di violenza.

All’interno, la chiesa conserva alcuni affreschi risalenti al Quattrocento-Cinquecento che rappresentano il ciclo della passione attraverso scene realistiche e di tono popolare, mentre nell’abside accoglie una preziosa pala di Francesco Rizzo da Santacroce (1529), che raffigura la Madonna con il Bambino assisa in trono, incoronata da due angeli e circondata da San Rocco, Santa Apollonia, San Giovanni Battista e altri.

La pala di Rizzo da Santacroce

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE San Giovanni Bianco

PARROCCHIALE DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA

Architettura: sec XIX e XX, preesistenze del sec. XV; cappella della Sacra Spina. Dipinti in sacrestia: 2 tele con Madonna, Bambino e Santi di C. Ceresa e ritratto di San Gregorio Barbarigo dello stesso autore, sec. XVII; Immacolata, sec. XVIII; 4 tele con gli Evangelisti, sec. XVII.

La parrocchiale deve la sua principale attrattiva al fatto di ospitare la reliquia della Sacra Spina, qui portata e donata dal soldato di ventura Vistallo Zignoni, figlio di questa terra, quando fu sottratta al patrimonio di Carlo VIII, re di Francia, sconfitto nella battaglia di Fornovo sul Taro dalle truppe imperiali (1495). Da allora la sacra reliquia è stata oggetto di grande devozione popolare, documentata anche da testimonianze che hanno visto germogliare la Sacra Spina nel corso dei secoli successivi.

L’edificio. La costruzione, a pianta centrale, campeggia al centro del paese incombendo con la facciata sulla strada principale e mostrando i bei volumi dell’abside, della sacrestia e del tiburio se la si guarda a distanza dal Brembo. L’edificio, di stile neoclassico, è ampio e solenne; all’interno di grande interesse è la cappella della Sacra Spina che ospita, secondo la tradizione, una spina della corona di Cristo: la cancellata ottocentesca, la presenza degli ex voto, i due grandi dipinti che rappresentano episodi storici (la battaglia di Fornovo) creano un ambiente di notevole suggestione.

La parrocchiale di San Giovanni Bianco

I dipinti. I dipinti più importanti e più antichi sono racchiusi nella sacrestia progettata da Luigi Angelini agli inizi del ‘900: è una piccola pinacoteca con opere di Carlo Ceresa: una Madonna in gloria con Sant’Apollonia, San Nicola da Tolentino, Santa Lucia e due offerenti, opera giovanile del grande pittore di San Giovanni che già mostra la sua straordinaria abilità di ritrattista nelle teste dei due donatori; una seconda tela con Madonna Bambino e Santi, tra i quali è ben riconoscibile Sant’Antonio da Padova che riceve un giglio dal lunghissimo gambo da Gesù bambino; il ritratto di Gregorio Barbarigo, giovane vescovo di Bergamo al tempo del Ceresa, figura che sembra uscire da un’iconografia manzoniana tipicamente secentesca (i baffi, il pizzo) e che emana una sincera umanità per lo sguardo così aperto e quasi intimidito.

Tra le altre tele della sacrestia una bellissima Madonna che schiaccia il serpente, la cui eleganza nel drappo azzurro fa pensare a un pittore veneziano del ‘700, vicino a G.B. Tiepolo; una Madonna con due Santi vescovi e un Santo francescano del ‘600; un curioso Cristo torturato da un sodato lanzichenecco, di gusto nordico, anch’esso del ‘600; un ritratto settecentesco già attribuito al Galgario; quattro tele con gli evangelisti sempre del ‘600; resti di affreschi quattrocenteschi e ritratti di parroci.

L’arredo. Belli gli armadi della sacrestia realizzati su disegno dell’Angelini, che ha progettato anche i confessionali, i banchi presbiteriali, il coro, le cantorie, il pulpito e la custodia del fonte battesimale.

Tra i numerosi capolavori di oreficeria del ‘600 e ‘700, si segnala il reliquiario della Sacra Spina, in argento dorato del 1770, che ha la forma di un ostensorio di stile rococò.

La reliquia della Sacra Spina
FRAZIONE CORNALITA, CHIESA DEL CORPUS DOMINI

Architettura: sec. XIII-XV. Dipinti. Affreschi del portico secoli XIV e XV; affreschi all’interno sec. XV. Tele del presbiterio sec XVII.

L’edificio. La chiesa, forse la più antica del territorio, sorge al centro del paese in bella posizione sulla destra della strada che proviene da San Giovanni. Nel contesto del borgo e dei prati la precede un arioso sagrato, che ci permette di contemplare la facciata nella sua originale asimmetria: infatti a sinistra si nota il volume della canonica alla stessa altezza della facciata della chiesa, sulla destra si estende, per tutta la lunghezza della chiesa stessa, un portico largo e basso preceduto da un arco ampio e terminante in una absidiola che si affianca a quello della chiesa: è un complesso affascinante che conserva un carattere rustico ma elegante al tempo stesso. L’interno è ad aula unica sorretta da arconi gotici trasversali. Il campanile mostra l’originale carattere romanico.

I dipinti. L’originalità dei volumi architettonici si somma con la ricchezza del repertorio figurativo degli affreschi esterni ed interni. Le superfici murarie mostrano dovunque pallide cromie di dipinti devozionali (sui pilastri e nel portico) o di decorazioni geometriche ormai perdute (sulla facciata). Le immagini più belle sono quelle del portico che ripetono il tema della Madonna con Santi, tra i quali il più rappresentato è Sant’Antonio abate. L’iconografia è ripetitiva, tuttavia tutte le figure emanano il fascino un po’ naif della pittura popolare non senza particolari eleganti o graziosi: così è per la Madonna in trono che porge con infinita grazia un melograno a Gesù bambino, o per il barbuto Sant’Antonio che ci guarda con fissità bizantina dalla parete interna dell’ingresso del portico.

All’interno della chiesa i dipinti più antichi sono quelli della parete che precede il presbiterio, dove tra vari frammenti si possono riconoscere alcune gustose scene della vita di Maria e di Cristo: la Visitazione, la Natività, il Battesimo, la Trasfigurazione e la Resurrezione di Lazzaro a sinistra; Gesù al tempio, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’Ingresso di Gesù a Gerusalemme e Cristo risorto sulla destra.

I dipinti dell’abside del portico. La cappella al fondo del portico (oltre la fastidiosa grata) racchiude un ciclo di affreschi che costituisce un autentico gioiello: in 22 riquadri sono narrate le storie di Maria da un pittore anonimo che ha lavorato qui nella seconda metà del sec. XV; è rara sia la collocazione (probabilmente si trattava di un oratorio a fianco della chiesa), sia lo stato di conservazione dell’intero ciclo. L’anonimo autore aggiunge al tradizionale gusto narrativo anche le novità del primo Rinascimento (probabilmente la fonte è il trevigliese Butinone), come le prospettive delle piastrelle del pavimento o le cornici. In alto incombono la ieratica figura di Cristo, racchiuso nella mandorla, e quelle dei Padri della Chiesa.

La chiesa del Corpus Domini a Cornalita
FRAZIONE FUIPIANO AL BREMBO, PARROCCHIALE DEI SANTI FILIPPO E GIACOMO

Architettura: ricostruita nel sec. XVIII e restaurata alla fine del sec. XIX. Dipinti: tela del Ceresa, sec. XVII; tele con curiose iscrizioni, secoli XVII – XVIII

Nel 1508 a Venezia nella chiesa di San Rocco 28 membri della famiglia Busi si costituiscono in società per inviare opere alla chiesa del loro paese d’origine: questo comportamento, comune a molti emigrati della valle, spiega la ricchezza del patrimonio di questa chiesa e la provenienza da Venezia, città dove emigravano molti valligiani per trovare lavoro. Un membro della famiglia originario di Fuipiano è quel Giovanni Busi, detto Cariani, che è stato uno dei più importanti pittori veneziani di origine bergamasca del ‘500.

I dipinti. Nella chiesa si conservavano tre tele del Ceresa, di cui rimane solo la pala dietro l’altare, una Pietà con quattro Santi e le teste dei due donatori: qui colpisce il colore livido dei corpi di Cristo e di San Sebastiano, quasi una fotografia dei cadaveri della pestilenza, e il realismo dei ritratti dei due donatori, racchiusi in ovali come dei medaglioni. Nella stessa chiesa possiamo ammirare nella controfacciata un’Annunciazione del 1687, fatta eseguire da una tale Margherita Sonzogno, che si è fatta ritrarre; altri dipinti del ‘600 o del ‘700, nella prima cappella a sinistra, nel presbiterio e in sacrestia, presentano curiose didascalie in versi dedicate a San Teodoro, San Paolo, San Martino e San Giorgio. L’organo è un Carlo Bossi del primo ‘800.

FRAZIONE PIANCA, CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE

Architettura: sec. XV, ricostruita nel sec. XVIII. Dipinti: Madonna e Santi di C. Ceresa, 1630. Scultura: statua lignea Sant’Antonio abate del sec. XV. Arredo sacro: confessionale e pulpito fantoniani

L’edificio. Le strutture della antica chiesa dei sec. XIV e XV sono rintracciabili nell’abside e nei muri di destra sotto il portico. L’interno, a navata unica con cappelle, presenta il caratteristico aspetto barocco delle chiese settecentesche.

I dipinti. La tela del Ceresa rappresenta San Rocco tra San Sebastiano e San Bartolomeo ed è opera commissionata dalla comunità, come testimonia la scritta in basso “ex voto communitatis”. I sopravvissuti dal terribile contagio del 1630 ringraziano i Santi per essere ancora vivi: la devozione nei confronti di San Rocco è tale che il Santo viene posto al centro in assenza della consueta presenza mariana; la figura di San Sebastiano, già esemplare di anatomia classica nei pittori più celebrati, qui appare contorto in una gestualità drammatica, certamente memore dei tragici momenti passati. Le altre tele sono tutte di buon livello e vanno dalla fine del ‘500 (Madonna della Pietà; Sant’Antonio abate e San Nicola di Bari), al ‘600 (Madonna con bambino, scuola milanese, sul presbiterio), al ‘700 (Madonna del Rosario e Sant’Antonio). In sacrestia è conservato ciò che resta degli affreschi quattrocenteschi strappati sotto il portico.

Scultura. La statua di Sant’Antonio abate è stata restaurata e restituita al suo aspetto originale, dopo le numerose ridipinture dorate del ‘700 e dell’‘800, che hanno trasformato il monaco in un vescovo; si tratta di un’opera quattrocentesca rara nella bergamasca sia per l’antichità che per la qualità, veramente alta. La grande barba, le spalle spioventi, la rigidità ne fanno un esemplare locale di scultura gotica.                                             

Arredo. Da segnalare la ricchezza del decoro settecentesco e ottocentesco, in particolare i marmi dell’altare maggiore, un confessionale con colonne tortili e il pulpito con decorazioni e tarsie del ‘600.

Particolare della statua di Sant’Antonio abate
FRAZIONE PIAZZALINA, CHIESA DI SANT’ANNA

Architettura: sec. XV. Dipinti: affreschi, secoli XV-XVI

L’edificio. Lungo la via Mercatorum si trova questa piccola chiesa-oratorio immersa nel verde dei boschi, che offre riparo ai viandanti con il suo portico: è una struttura molto semplice, ad aula unica come se ne trovavano tante lungo gli antichi percorsi.

I dipinti. L’affresco della facciata si trova sopra il tetto del portico e sotto la sporgenza del tetto della chiesa, quindi non è facile la visione intera. Un artista anonimo ha rappresentato l’Annunciazione a Maria, dato che la chiesa è dedicata alla madre Anna; a sinistra l’Arcangelo Gabriele, a destra la Vergine inginocchiata con le mani incrociate sul petto, al centro Dio Padre che si affaccia dall’alto, ma l’aspetto più originale è lo sfondo, costituito da elementi architettonici di vario tipo: colonne, archi, portali, guglie e altri elementi decorativi. Sulla destra, tra Dio padre e la Vergine, un bel palazzo rinascimentale che sembra copiato da un trattato di prospettiva: il pittore ha voluto fare bella mostra delle sue conoscenze, dipingendo un repertorio di forme moderne senza porsi il problema della coerenza spaziale.

FRAZIONE SAN GALLO, PARROCCHIALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

Architettura: sec. XIX. Dipinti: polittico di Leonardo Boldrini, inizi sec. XVI; tela con la Visitazione con i Santi Rocco e Sebastiano, sec. XVII

L’edificio. La chiesa è stata costruita nell’‘800 e, all’interno, presenta le caratteristiche decorazioni con dorature e stucchi di gusto neoclassico; la costruzione fu particolarmente laboriosa a causa dei cedimenti del terreno.

I dipinti. Il gioiello della chiesa è costituito da un bellissimo polittico a 6 scomparti, collocato dietro l’altare maggiore, firmato da Leonardo Boldrini, pittore poco conosciuto, di scuola veneziana, allievo di Bartolomeo Vivarini e poi influenzato da Giovanni Bellini. Bella ma moderna la cornice di imitazione classica, opera disegnata da Luigi Angelini nel 1922. Il dipinto stilisticamente si colloca tra la fine del gotico fiorito e il Rinascimento: notevoli le finezze coloristiche tipiche di una pittura limpida e quasi smaltata (Vivarini). In alto sulla destra si noti l’iconografia di San Sebastiano, abitualmente dipinto nudo con le frecce, che qui è pudicamente vestito con un abito elegantissimo e tiene in mano due frecce, simbolo del martirio. Deliziosa la rappresentazione dell’Annunciazione, ingentilita dalla presenza di due pavoni nell’architrave sovrastante; nella parte centrale del polittico l’Incoronazione della Vergine da parte di Cristo, con Dio Padre e la colomba dello Spirito Santo, è incastonata in un trono marmoreo impreziosito dall’oro con figure di cherubini sullo sfondo. Tra le varie tele del ‘600 della navata si distingue una Visitazione del Ceresa o, più probabilmente, della sua bottega, che in primo piano ci mostra i Santi della peste: un nerboruto San Sebastiano e un San Rocco che ci indica la piaga della peste sulla gamba.

L’arredo. L’organo è stato costruito dalla famiglia Giudici-Sgritta nel 1863 sulla base di criteri innovativi. Tra gli arredi conservati una croce processionale e un turibolo d’argento del ‘600.

Il polittico del Boldrini
FRAZIONE SAN GALLO, SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLA COSTA

Architettura: 1782, con preesistenze dei sec. XVI e XVII. Dipinti: due tele di C. Ceresa, metà sec. XVII; frammenti di affreschi del sec. XVI; tela anonima dell’Adorazione dei Magi sec. XVII.

L’evento miracoloso che causò la devozione popolare e la costruzione del Santuario fu l’apparizione di gocce di sangue in un’immagine sacra, che è ancora oggi conservata nel Santuario. Si tratta di un curioso disegno monocromo su carta (pergamena?) che rappresenta in basso la Madonna con bambino, adorata dai Magi con altri Santi, in alto un’Ultima cena, cui assistono altri Santi.


L’edificio. Il santuario è collocato in splendida posizione panoramica, che domina tutto il fondovalle. L’edificio attuale è stato costruito nel ‘700, poiché quello preesistente aveva dato segni di cedimento strutturale; della costruzione precedente rimane il bel porticato del 1603. L’interno presenta la tipica decorazione con stucchi e dipinti tardo barocchi.

I dipinti. Nella stanza del Miracolo e nella cappella feriale si possono vedere resti di affreschi cinquecenteschi, diversi ex voto assai gustosi e la seicentesca Adorazione dei Magi. Le opere più importanti sono due tele di Carlo Ceresa che rappresentano Cristo in croce venerato da San Giovanni Battista, San Francesco e San Pietro e la Madonna in trono venerata da Sant’Antonio abate, San Giuseppe e una Santa Monaca: in entrambe ciò che più colpisce è il realismo dei volti (la monaca, San Pietro) e la bellezza dei colori (i rossi, gli azzurri). Nella controfacciata, sopra l’ingresso, una bella Presentazione al tempio di Maria Bambina di Mauro Picenardi, sec. XVIII. Nell’abside, dietro l’altare, altre tele degne di nota sono la pala centrale con la Beata Vergine del Carmelo con i Santi Domenico, Bonaventura e Caterina e i due dipinti laterali con la Nascita di Maria e la Fuga in Egitto, sempre del Picenardi. L’organo è un Perolini della fine del ‘700.

FRAZIONE SAN PIETRO D’ORZIO, PARROCCHIALE DI SAN PIETRO

Architettura: è opera moderna. Dipinti: Antonellus, Pietà, fine sec. XV; C. Ceresa, Madonna con bambino e Santi e Sacra Famiglia e Santi, 1631; C. Ceresa, Madonna in gloria con Santi e ritratti dei committenti, sec. XVII; C. Ceresa, San Rocco che invoca la Sacra Famiglia, sec. XVII; pittore caravaggesco, Deposizione del 1656.  Arredo: nella sacrestia armadio in noce del ‘600. Paramenti sacri: assai ragguardevole è la dotazione di paramenti con bellissime stoffe con ricami in oro e argento del ‘500 e del ‘600

I dipinti. Nel primo altare a destra di grande suggestione è una tavola della fine del ‘400 o dei primi del ‘500 che raffigura una Pietà di un autore non identificato che si firma con il nome di Antonellus (forse Antonello di Saliba); essa ci presenta una Madonna che tiene in grembo Cristo morto, secondo un’iconografia nordica, utilizzata anche da Michelangelo nella famosa Pietà del Vaticano. Il fascino di quest’opera sta nei suoi caratteri sobri e distaccati, nella chiarezza compositiva, nel paesaggio veneto e nella luminosità diffusa, tipica delle opere del primo Rinascimento, infatti è stata a suo tempo attribuita a Cima da Conegliano, il famoso allievo di Giovanni Bellini.

Nella chiesa sono presenti tre tele di Carlo Ceresa: una Madonna in gloria con Sant’Anna, San Francesco e due ritratti di anziani devoti; una Sacra Famiglia con San Giovannino e quattro Santi, tra i quali colpisce il colore livido del corpo di San Sebastiano e il viso scarno e sciupato di San Rocco, che testimoniano le pestilenze che avevano decimato la popolazione in quegli anni (1631); infine, proveniente dalla chiesetta della frazione Bosco, una tela con San Rocco che invoca la Sacra Famiglia, dove, in primo piano, troviamo una delle rappresentazioni più belle del grande pittore di San Giovanni Bianco: uno splendido nudo di San Sebastiano, esaltato da un fiammeggiante drappo rosso, un San Rocco dal viso scavato e dall’espressione patetica e un autentico ritratto dell’onnipresente San Carlo, vescovo di Milano.

Un’altra opera di grande interesse, collocata, sopra l’ingresso al campanile è una tela donata da un privato alla parrocchiale: è una Deposizione del ‘600 che mostra chiari elementi caravaggeschi (forti contrasti di luce ed ombra).

La Pietà di San Pietro d’Orzio
FRAZIONE SAN PIETRO D’ORZIO, LOCALITÀ GRUMO, CHIESA DI SAN GIACOMO

Architettura: 1789. Dipinti: tela con San Giacomo e altri Santi, sec. XVIII.

L’edificio. Sulla piazzetta del suggestivo borgo di Grumo si affaccia la chiesetta di San Giacomo. A navata unica, con abside cilindrica e campanile, mostra sul portale la data della fondazione: 1789.

I dipinti. L’interno ha la tipica decorazione tardo ‘700; il dipinto più interessante è la tela settecentesca della controfacciata con San Giacomo al centro, la Vergine in alto e i Santi Carlo, Stefano, Girolamo e un Santo non identificabile con saio. Nella piccola sacrestia una curiosa immagine di San Rocco, con la tradizionale iconografia (cane, piaga sulla gamba), ma con uno stile ormai da “immaginetta” moderna.

LOCALITÀ SENTINO, CHIESA DI SAN MARCO

Architettura: sec XV. Dipinti: C. Ceresa: Pietà, 1640; tele con San Rocco e Tre Santi del sec. XVII. Scultura: ancona in pietra dipinta con San Marco, San Pietro e Paolo e Dio Padre con Angeli

L’edificio. Suggestiva chiesetta in posizione appartata, ma facilmente raggiungibile dalla strada che da San Giovanni Bianco porta alla Pianca. Un tempo il portico del fianco destro offriva riparo e culto ai viandanti della via Mercatorum.

L’edificio si presenta restaurato con la tipica struttura a capanna delle chiese tra ‘400 e ‘500. Sopra il portale è ancora conservata una rustica Madonna con San Sebastiano e San Marco, cui è dedicata la chiesa. Sotto il portico è visibile un rilievo con il leone di San Marco. Nell’interno l’aula, rinnovata da un recente restauro, presenta stucchi e decorazioni di gusto eclettico, tra rococò e neogotico.

I dipinti. È qui conservato, sulla parete sinistra, un capolavoro assoluto di C. Ceresa: una bellissima Pietà, in cui l’autore sembra abbandonare il realismo che caratterizza molte sue opere, per mostrare un linguaggio di gusto classico; la commozione della madre è controllata, la gestualità è misurata, le tonalità sono neutre, la composizione ha un ritmo armonico: siamo di fronte a una delle opere più mature dell’artista. Ai lati dell’arco del presbiterio due belle tele dei primi del ‘600.

Le sculture. Una vera rarità è rappresentata da un gruppo di sculture policrome, collocate sulla parete dell’abside: San Pietro, San Marco e San Paolo; si tratta di sculture in pietra dipinte alla fine del ‘400, valorizzate da un restauro che ha esaltato la policromia originale. La fissità delle pose, la purezza dei colori appartengono alla tradizione medievale. Si noti che la mensa dell’altare, con le sculture di Dio Padre e angeli, faceva parte in origine di un unico complesso assieme alle altre sculture. L’ultimo restauro ha mantenuto la sistemazione operata, quando la chiesa è stata decorata in età recente.

La Pietà di Carlo Ceresa

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Roncobello

PARROCCHIALE DI SAN PIETRO E PAOLO

Architettura: sec. XVIII, progetto di A. Bergio. Dipinti: opere dei secoli XVII e XVIII. Arredi: tribuna dell’altare maggiore, sec. XVIII; organo Serassi, 1802; teca della vasca battesimale, sec. XVII; arredi preziosi sec. XVIII.

L’edificio. La chiesa è al centro del paese, preceduta da una scalinata e da un sagrato sostenuto da sostruzioni che sostengono una piazza pianeggiante. L’attuale costruzione, consacrata nel 1776, è stata progettata dall’architetto svizzero Antonio Bergio, autore anche della parrocchiale di Valleve e di Ornica. La facciata, semplice e lineare, è caratterizzata dalla quattro nicchie con le statue dei Santi Pietro e Paolo, cui è dedicata la parrocchiale; la chiesa è dedicata anche ai Santi Alessandro ed Eusebio, di cui si conservano reliquie nell’altare maggiore. Nel portico laterale tracce della primitiva chiesa quattrocentesca. Il bel campanile in pietra, costruito nel 1745, ha una terminazione a “cipolla”. L’interno è moderno e sorprende il fatto che nel sec. XX si decorasse la chiesa con una tale profusione di decorazioni, ori e dipinti, da far invidia al barocco autentico.

I dipinti. Tra le molte tele presenti si segnala una Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena; la tela è incorniciata dai quadretti dei Misteri e inserita in altare barocco; si noti anche un Sant’Antonio in cattedra tra i Santi Carlo e Rocco e una bella tela con un poderoso San Sebastiano nella controfacciata sopra la bussola dell’ingresso: tutte opere anonime tra ‘600 e ‘700.

L’arredo. Tipicamente tardo barocca la decorazione dell’altare maggiore, firmata G.B. Agosti 1704, ricca di dorature e di intagli che creano una complessa microarchitettura fatta di colonnine, lesene, nicchie e statuette. Originale la teca della vasca battesimale a forma di tempio ottagonale con intarsi secenteschi. Belli anche gli intagli del coro del ‘700 e, sopra la bussola dell’ingresso, le statue dei Santi Pietro e Paolo. Notevole la raccolta di arredi preziosi tra cui un ostensorio e un turibolo del ‘700. L’organo, considerato uno dei più belli costruito dai Serassi (1802), è stato restaurato e riportato al primitivo splendore nel 1994.

L’altare tardo barocco della parrocchiale di Roncobello
FRAZIONE BORDOGNA, PARROCCHIALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

Architettura: prima metà sec. XVIII con preesistenze quattrocentesche. I dipinti: 4 tele del Ceresa, sec. XVII. Arredo: tribuna dell’altare maggiore, sec. XVII.

L’edificio. La costruzione sorge vicino alla strada che sale verso Roncobello. All’esterno è molto sobria e presenta due campanili: quello piccolo è quattrocentesco ed è reminiscenza della tradizione romanica della chiesa preesistente.

I dipinti. In questa chiesa sono presenti ben quattro opere di Carlo Ceresa: nell’altare della parete di sinistra due piccole tele con Sant’Antonio abate e un raffinato e patetico Sant’Antonio da Padova; la tela più grande rappresenta i Santi Carlo Borromeo, Raimondo e Nicola da Tolentino. Dietro l’altare un’originale rappresentazione della Nascita di San Giovanni Battista, assai suggestiva per la grazia della scena domestica, ravvivata dalla varietà delle pose e ingentilita dalla dolcezza della figura femminile in primo piano a sinistra.

L’arredo. Nel presbiterio fa bella mostra la tribuna lignea dorata, ricca di intagli e piccole sculture in una sorta di microarchitettura barocca; questo manufatto è stato integrato negli anni ’60 a causa di un furto che ne aveva danneggiato alcune parti. La chiesa è dotata di alcuni arredi preziosi: due reliquiari in bronzo del ‘400 e ‘500, due calici d’argento del ‘600 e ‘700 e alcuni mobili del ‘600. L’organo è un Bossi del 1804.

FRAZIONE BORDOGNA, CAPPELLA DI SAN ROCCO

Architettura: 1526. Dipinti: affreschi metà sec. XVI

L’edificio. Occorre fermarsi alla chiesa di Bordogna e fare pochi passi a destra del sagrato per vedere questo piccolo gioiello. Le fonti ci testimoniano che, a seguito del morbo che imperversava in questa zona, numerosi fedeli donarono i fondi necessari per la costruzione della cappella dedicata al Santo protettore per eccellenza dalla peste. L’opera fu realizzata nel 1526 da un certo Mastro Luca e fu inaugurata nel giorno che festeggia San Rocco, il 16 agosto.

I dipinti. La cappella ha tre pareti dipinte all’interno: a sinistra la Madonna con Bambino, Santa Lucia e San Rocco; al centro la Madonna con Bambino e i Santi Sebastiano, Rocco, Antonio abate e Pantaleone; sulla parete destra la Madonna con Bambino incoronata da Angeli. Si noti il ruolo centrale di San Rocco anche rispetto alla Madonna e la presenza di Santi guaritori, che ben dimostrano lo scopo della costruzione della cappella; Pantaleone, qui rappresentato con un mantello foderato di pelliccia di ermellino, fu medico pagano, poi convertitosi al Cristianesimo, nel cui nome operò guarigioni miracolose. Lo stato di conservazione degli affreschi non è buono per il fatto che sono stati scoperti sotto strati di intonaco, quasi un secolo fa. Lo stile, forse di autori diversi, ha l’ingenuità della pittura popolare, che ha però assorbito i modi della moderna pittura rinascimentale.

L’afresco della parete di fondo della cappella di San Rocco
FRAZIONE BORDOGNA, LOCALITÀ FORCELLA, CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Architettura: ristrutturazione del sec XVIII con preesistenze del sec. XV. Dipinti: affreschi sec. XV e XVI.

L’edificio. Nella graziosa località Forcella di Bordogna si trova una piccola chiesa che nei documenti viene citata come tra le più antiche della valle; si raggiunge poco dopo la frazione Bordogna verso Roncobello, da un tornante da cui si imbocca la via Castello. La chiesa sorge in alto sopra un gruppo di case restaurate, su alcune delle quali si trovano antichi affreschi devozionali; dietro l’abside è segnalata da un’antica lapide la biforcazione del sentiero in direzione di Baresi e di Fondra. L’edificio, ristrutturato nel ‘700 ma di origine più antica, è stato recentemente restaurato nella parte esterna; presenta un originale portico chiuso che precede l’ingresso vero e proprio. Nell’interno un grande arco ribassato, tipico del ‘700, divide l’aula dal presbiterio.

I dipinti. Sotto le intonacature e gli stucchi barocchi sono stati messi in vista interessanti affreschi che si presentano però in stato frammentario e richiederebbero un intervento di restauro; in una cappella laterale coperta da una volta a ombrello troviamo dei dipinti che rappresentano la Madonna con Gesù Bambino e Sant’Anna al centro; San Giuseppe, Santa Lucia e la Madonna con San Rocco e San Sebastiano ai lati. Nella parete di fondo, sotto gli stucchi barocchi, si vedono due Crocifissioni: quella inferiore conserva dei bellissimi colori perché è stata coperta da un dipinto sovrastante e non intonacata. Sulla destra una bella rappresentazione di San Rocco in veste di pellegrino. Sulla parete sinistra, incorniciata da un arzigogolato altare barocco, una “arcaica” Madonna con bambino.

L’altare della chiesa della Forcella

LO STABILIMENTO EX-SASA DI SAN PELLEGRINO

È stato presentato il 30 aprile, nella sala consiliare di San Pellegrino Terme, il libro dedicato allo stabilimento ex SASA, realizzato dal Centro Storico Culturale, con il concorso del Comune di San Pellegrino Terme.

Contestualmente, nell’atrio del municipio, è stata inaugurata la mostra di fotografie relative alla vita dello stabilimento negli anni seguiti al secodo dopoguerra. La mostra rimarrà esposta per alcuni mesi ed è visitabile negli orari di apertura del municipio.

L’occasione per questa iniziativa è legata proprio all’allestimento di questa mostra, che ha consentito di aprire uno squarcio sulla storia di questa fabbrica, dismessa da sessant’anni e ormai quasi dimenticata.

Il contributo fondamentale alla ricostruzione della vicenda proviene dalla ricerca didattica Un passato da scoprire in una fabbrica da demolire, realizzata nel 1988 da una classe del Liceo Scientifico di Zogno in occasione della riqualificazione dell’area su cui sorgeva la fabbrica, ormai in preda al degrado.

Il testo, le immagini e i documenti della ricerca sono pubblicati pressoché integralmente, fornendo una panoramica completa e dettagliata delle vicende che accompagnarono lo stabilimento dalla sua nascita, nel 1874, come setificio, alla successiva trasformazione in iutificio, ai vari passaggi di proprietà, fino alla chiusura nel 1961. Una storia importante, perché ci lavorarono migliaia di persone, in gran parte donne, in condizioni spesso difficili, fornendo un contributo non trascurabile all’economia locale.

L’opera, promossa dal Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi” e sostenuta dalla partecipazione del Comune di San Pellegrino Terme, intende contribuire a riscoprire questo aspetto di storia economica e sociale alla quale sono legate le vite di tante famiglie di tutta la Valle Brembana.

La copertina del libro
Un aspetto della mostra fotografica sulla SASA, allestita nell’atrio del municipio di San Pellegrino Terme

QUADERNI BREMBANI 19

È in fase di completamento la consegna ai Soci delle copie del nostro Annuario QUADERNI BREMBANI 19, unitamente alla tessera per il 2021. Chi non è socio e desidera avere una copia dell’Annuario la può trovare nelle principali edicole e cartolerie della Valle Brembana e presso le librerie Legami e Arnoldi di Bergamo.

Purtroppo la pandemia, assieme ad altre cause, ha portato via ben nove soci, ai quali abbiamo dedicato un affettuoso ricordo nell’apposita sezione dei “Commiati”. E proprio alla pandemia, con l’eco dei tragici mesi di forzata chiusura, abbiamo dedicato un’altra sezione, dal titolo “Tempo di pandemia”, con le testimonianze di alcuni soci attivi in vari settori e significativi testi poetici.

L’edizione di quest’anno contiene in tutto una sessantina di contributi che ci propongono informazioni inedite su diversi aspetti della Valle Brembana ed espressioni di creatività poetica.

Vanno inoltre segnalati i testi legati a iniziative che hanno caratterizzato l’attività del Centro Storico nel corrente anno: la mostra delle antiche fotografie di Andrea Milesi e la carrellata delle opere vincitrici e segnalate del concorso “Eleganza discreta di una Valle. Concorso di fotografia Marco Fusco”, che è stato accolto favorevolmente e che riproporremo anche l’anno prossimo.

Non manca lo Scaffale brembano, che raccoglie anche quest’anno brevi recensioni dei libri di argomento locale, oltre ad alcune interessanti tesi di laurea.

Questo il Sommario degli articoli che vi sono pubblicati…

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Piazzolo

PARROCCHIALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

Architettura: metà sec. XVIII. Dipinti: due tele del ‘700. Arredi: marmi e arredi preziosi dal ‘500 all’‘800.

L’edificio. Si trova al centro del paese e si affaccia su una graziosa piazzetta circondata da case antiche, con resti di affreschi. La chiesa parrocchiale di Piazzolo, dedicata a Santa Maria Assunta, si basa su una costruzione risalente al sec. XV. Riedificata dal 1742 al 1764 da Costanzo Moroni è affiancata da una piccola cappelletta detta dei Morti, commemorativa della peste di manzoniana memoria. Recentemente è stato ristrutturato anche l’orologio della chiesa stessa, risalente alla prima metà del ‘900: è dotato di una struttura in legno ed ha un funzionamento manuale. L’interno è stato decorato nell’‘800.

Piazzolo e la sua chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria Assunta

I dipinti. La pala dell’altare maggiore rappresenta l’Assunzione di Maria: è un’opera del ‘700, della quale non si conosce il nome dell’autore; dello stesso periodo la tela della Madonna del Rosario.

L’arredo. Tipicamente settecentesco l’altare maggiore, nelle sue linee mosse, che riprendono la forma di un capitello. Tra i legni intagliati: un cassettone del ‘600 e un confessionale di fine ‘800. Tra gli arredi preziosi: una croce processionale d’argento del ‘500, una del ‘700 e, sempre dello stesso secolo, una lampada, un reliquiario, un secchiello e una “pace”, tutto in argento. L’organo è un Bossi del 1845.

L’interno della parrocchiale

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Piazzatorre

PARROCCHIALE DI SAN GIACOMO MAGGIORE

Dipinti: polittico di Agostino Caversegno, 1537; Sant’Antonio di C. Ceresa, 1677; tele attribuite a Francesco Zucco, sec. XVII

L’edificio. La parrocchiale di Piazzatorre dedicata a San Giacomo Maggiore apostolo, sorge all’inizio del paese, vicino al cimitero. Al 1500 risale la prima edificazione della chiesa, costruita a sua volta su antico oratorio medievale. Visitata da San Carlo Borromeo nel 1575, si presentava nella sua severa povertà di chiesa di montagna. Completamente rifatta nella seconda metà del ‘600, fu ingrandita prima nel ‘700 e poi ancora nel ‘900. Soprattutto a questo ultimo ampliamento appartengono il portale con tre archi su colonne, mentre sulla porta meridionale troviamo gli stemmi delle famiglie di Piazzatorre: gli Arici, i De Maisis e gli Arioli, risalenti al ‘600. Il campanile è settecentesco. 

I dipinti. Sull’altare maggiore si trova un polittico a nove scomparti datato 1537 e firmato da Agostino Caversegno (Facheris da Presezzo), pittore seguace di Lorenzo Lotto, con le immagini di San Giacomo e altri Santi sotto la benevola immagine di Maria e la protezione del Padre Celeste. Si tratta di un’opera rustica e solenne, di buona fattura. Delle due tele poste ai lati, quella di sinistra con Sant’Antonio e i ritratti dei donatori è opera di Carlo Ceresa del 1677. Sui pilastri che sorreggono la cupola due tele di gusto barocco con i Santi Bonaventura e Ludovico da Tolosa, attribuite a Francesco Zucco.

Il polittico di Agostino Facheris da Caversegno

L’arredo. L’altare maggiore, intagliato nel legno e dorato è opera barocca, il confessionale e il coro, abilmente intagliati sono settecenteschi. Paramenti, calici, ostensori e lampade con datazioni che vanno dal ‘500 al ‘700 costituiscono il pregevole patrimonio di arredi sacri. L’organo è un Bossi del 1836.

Il confessionale dell’intagliatore Civati

LA VALLE BREMBANA IN 100 SCHEDE Piazza Brembana

PARROCCHIALE DI SAN MARTINO

Architettura: 1869-1873, preesistenze della chiesa del. sec. XV. Dipinti: polittico di Lattanzio da Rimini, 1503; due tele con i quattro evangelisti attribuite a C. Ceresa; tela di G. Lazzarini, 1706; tele con soggetti macabri. Arredo: arredi lignei e lapidei dei Fantoni; preziosi paramenti dal ‘500 all’’800

Questa chiesa è la parrocchiale di due comuni, Piazza Brembana e Lenna; sorta sotto la giurisdizione dell’antichissima pieve di Dossena, è stata la prima parrocchia dell’alta Valle Brembana.

L’edificio. Sorge in posizione elevata al centro del paese ben visibile anche a distanza; si nota la differenza di stile dalla maggioranza delle chiese brembane, infatti l’attuale costruzione è un rifacimento ottocentesco della originale chiesa quattrocentesca ad aula con arconi gotici, della quale restano testimonianze di murature con affreschi nel locale attiguo al campanile. E’ un edificio con pianta longitudinale a tre navate, con un monumentale portico sostenuto da volte ogivali; il campanile è frutto di un’elevazione moderna su una base del sec. XV. L’interno colpisce per la solennità e lo slancio gotico così diverso dalle chiese barocche bergamasche; da notare i capitelli, le cui decorazioni a rilievo sembrano preannunciare il decorativismo dello stile floreale.

I dipinti. Tra i molti dipinti presenti si segnalano i frammenti di affreschi della chiesa antica (Madonna e Santi, 1480), due tele con gli Evangelisti di Carlo Ceresa nel presbiterio, una tela attribuita a Gregorio Lazzarini con una bellissima Santa Caterina che intercede per le anime del Purgatorio, ma soprattutto il polittico di Lattanzio da Rimini, già sull’altare maggiore, e oggi collocato in posizione non felice, sulla parete sinistra del presbiterio; è un’opera fondamentale per delineare il linguaggio di questo artista, di cui si conoscono poche opere. Pur essendo tecnicamente un polittico, il dipinto ha un’impostazione spaziale unitaria, pienamente rinascimentale, il paesaggio è arioso, i colori sono limpidi come in una mattina di primavera, insomma si vede un linguaggio vicino al grande Giambellino, caposcuola della pittura veneziana. Al centro San Martino a cavallo, patrono della chiesa, dona il mantello al povero, sullo sfondo la chiesa ha la facciata dell’edificio quattrocentesco che la ospitava originariamente. Nella chiesa è conservata una serie di tele con soggetti “macabri”, esposte durante il Triduo dei Morti, che curiosamente mostrano scheletri intenti a svolgere lavori con la cazzuola, la falce o il bastone del pellegrino.

La scultura. Nell’abside bellissimo Crocifisso del ‘400, riportato allo stato originario da un restauro del 1988.

Sull’altare neogotico dedicato al Sacro Cuore di Gesù si trova una teca in cui è collocata la scultura del Cristo morto, opera probabilmente della bottega dei Fantoni: qui l’intensità del dolore, l’acuto realismo e il modellato assai mosso mostrano un linguaggio tipicamente barocco. Sempre della bottega dei Fantoni si veda la statua della Madonna del Rosario nell’omonimo altare neogotico.

L’arredo. L’altare principale, il paliotto e la balaustra sono un tripudio di marmi intarsiati. Il ciborio è capolavoro di intagli barocchi dove la struttura architettonica, una sorta di tempietto sostenuto da sei colonne, è nascosta da una miriade di rilievi e di sculture a tuttotondo; se ci avviciniamo notiamo altorilievi policromi con piccole e gustose scenografie che rappresentano storie del Vecchio testamento e del Vangelo, tra queste la formella sopra il tabernacolo rappresenta l’Ultima cena. Nel presbiterio c’è il banco dei parati ed un inginocchiatoio con due cariatidi, scolpiti da Andrea Fantoni nel 1715. Molto bello anche il pulpito, uscito dalla bottega dei Fantoni tra la fine ‘600 e gli inizi del ‘700, con figure di telamoni che sorreggono la parte architettonica ricca di intarsi. L’organo è un Serassi del 1801.

Paramenti sacri. Il patrimonio di questa chiesa eccelle anche per la ricchezza dei paramenti e degli arredi sacri, tra cui un prezioso parato di seta verde del ’500 con figure di Santi ricamate con filo d’oro. Candelieri, croci d’argento, turiboli, ostensori e carteglorie sono degni di un piccolo museo.

Il polittico di Lattanzio da Rimini